Una protesta “disumana” e “particolarmente odiosa” perché tocca anche mamme con bambini. Strumentalizzata dai gruppi “più facinorosi” con “un retroterra culturale di odio razziale”, che mirano “ad esasperare le tensioni sociali”. Così mons. Gianpiero Palmieri, vescovo ausiliare del settore Roma Est e presidente della Fondazione Caritas di Roma, commenta oggi la rivolta degli abitanti del quartiere Torre Maura, aizzata dai militanti di Casapound e Forza nuova, contro il trasferimento di 70 persone rom, tra cui 33 bambini e 22 donne, nel centro di accoglienza di proprietà del Comune di Roma, in via dei Codirossoni. Dopo gli scontri, le barricate e gli atti violenti, la sindaca Virginia Raggi ha deciso di trasferire i rom altrove. Per evitare questi conflitti sociali monsignor Palmieri invita ad “intervenire con decisione sulla sacche più problematiche delle nostre periferie” perché “la cittadinanza sente che non vengono riconosciuti i propri diritti e sono messi alla prova con una integrazione non facile”.

Lei conosce bene la periferia est di Roma. Perché è accaduto a Torre Maura?

La situazione di Torre Maura è la stessa di diversi quartieri della periferia di Roma, dove i tentativi di integrazione, in particolare dei rom, sono resi particolarmente difficili da un tessuto sociale già molto provato.

Ci sono cittadini romani che si trovano in seria difficoltà nel dover gestire l’ordinarietà della vita, le relazioni all’interno del quartiere, la ricerca del lavoro.

Sono tutte situazioni che appesantiscono il clima, per cui i tentativi di favorire l’integrazione cadono nel vuoto e  finiscono per provocare invece enorme fatica, perché la cittadinanza sente che non vengono riconosciuti i propri diritti e sono messi alla prova con una integrazione non facile.

Voler spostare 70 persone nel centro di Torre Maura non era quindi né il posto né la modalità giusto?

Da una parte l’accoglienza doveva essere preparata. Dall’altra parte non bisogna dimenticare che la protesta è opera di alcuni facinorosi. La cittadinanza non è scesa in piazza nella sua integralità.

Sono i più facinorosi ad aver approfittato della situazione con una protesta disumana che tocca mamme con bambini. Questo la rende particolarmente odiosa.

E’ un “no” ad ogni forma di strumentalizzazione?

Sì certo. Sono gruppi che puntano ad esasperare le tensioni sociali ed hanno un retroterra culturale di odio razziale. Questa è la cosa più grave.

E’ preoccupato della presa che hanno questi gruppi sulla popolazione, soprattutto tra i giovani?

Non l’avrebbero se si lavorasse veramente e pienamente per favorire l’integrazione. E fosse cioè possibile

intervenire con decisione sulle sacche più problematiche delle nostre periferie.

Il lavoro è complesso ma bisogna affrontarlo con fermezza. Non è possibile che il terzo settore debba trovarsi di fronte all’impossibilità di portare avanti dei progetti perché i bandi sono complicati e non sempre le istituzioni dialogano (comune, regione, prefettura).

Questo diventa il brodo di cultura in cui i gruppi di facinorosi hanno la meglio, pretendendo di imporre le loro leggi.

Quindi è urgente dare, al contempo, risposte ai cittadini e attivare “Piani rom” veramente efficaci.

E’ importante che i cittadini non si sentano soli e vedano che loro istanze vengono prese in considerazione. Altrimenti parte la guerra tra i poveri e girano affermazioni che non hanno nessun senso: “prima gli italiani” è un non senso assoluto da tutti i punti di vista. Però è la frase di chi è disperato. In questo tipo di situazione ci sono soggetti ecclesiali e della società civile che cercano di fare del loro meglio, però è necessario una sinergia vera, altrimenti rischiano di essere voci isolate. Per di più bersagliate da questi elementi facinorosi della cittadinanza.

Il Comune di Roma ha ceduto e ha trasferito altrove i rom. Per questi gruppi è stata intesa come una vittoria. E’ stata una scelta saggia?

Non ho gli elementi per giudicare ma credo sia stata una misura inevitabile per evitare un conflitto ancora più grave. Certo non è un bel segno. Tenendo conto che queste persone rom venivano trasferite da Torre Angela, dove non avevano avuto problemi, in un altro territorio.

Qual è ora l’appello della diocesi di Roma?

Riprendere il dialogo con le istituzioni e i cittadini. Cercare di far sentire alle persone che abitano questi territori che il loro grido viene preso in considerazione, che ci sono risposte concrete. Contemporaneamente lavorare per una integrazione che diventa possibile. I rom non sono solo a Roma. In altri posti si sono realizzati percorsi di integrazione.

Però bisogna ammettere che sulla questione rom un sottofondo diffuso di pregiudizio e discriminazione esiste.

Sì. La criminalità va combattuta sempre. Non è soltanto un fatto etnico di popolazione, non è giusto dire “tutti i rom sono criminali”. Chi conosce il mondo rom sa che non è così. Se esiste una criminalità rom o di altra matrice che viene fatta agire senza un contrasto efficace è chiaro che la tensione sociale aumenta.

Fonte: agensir.it