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Un Primo marzo contro la “politica dei due pesi e delle due misure”

Fonte: www.redattoresociale.it
Stamattina la presentazione ufficiale del “Manifesto per il Primo Marzo 2010. Una giornata senza di noi”. Ragusa, coordinatrice del movimento: “Quando saltano i diritti di un gruppo di riferimento sociale è la società nel suo insieme che è a rischio”

ROMA – “Chiediamo che finisca la politica dei due pesi e delle due misure, nelle leggi e nell’agire delle persone”. Questo l’appello lanciato questa mattina a Roma presso la sede di Legambiente dal coordinamento dello sciopero del Primo Marzo in occasione della presentazione ufficiale del “Manifesto per il Primo Marzo 2010 – Una giornata senza di noi”, una iniziativa nata in Italia sulle orme dell’esperienza francese della “Journée sans immigrés, 24h sans nous”. Per gli organizzatori lo sciopero ha il compito di richiamare l’attenzione sui diritti delle persone e non solo degli immigrati, e nasce come reazione alle campagne denigratorie e xenofobe che hanno attraversato l’Italia negli ultimi tempi. “Quando saltano i diritti di un gruppo di riferimento sociale – ha affermato Stefania Ragusa, una delle coordinatrici del movimento – è la società nel suo insieme che è a rischio. I diritti o sono per tutti o cominciano a non esserlo più per nessuno. Non ci sono bianchi buoni che si occupano di immigrati poveri, non ci sono immigrati arrabbiati che vogliono difendere i propri diritti: ci sono persone che insieme occupano lo stesso Paese che lottano insieme per una società più giusta e più civile”.

Anche se non si parla più di sciopero generale, dopo le reazioni dissonanti dei sindacati, la manifestazione va avanti, con differenti modalità e programmi a livello locale. “Lo sciopero è ancora sciopero in alcune realtà – ha spiegato Ragusa -, come Trieste, Brescia, Modena, in Toscana e a Palermo pare si stiano mobilitando in questo senso. Dove le sigle sindacali hanno accolto questa richiesta che arrivava dal basso, e hanno ritenuto di dover dare la copertura, lo sciopero si potrà fare. Già dall’inizio avevamo considerato che lo sciopero è uno degli strumenti più potenti, ma non l’unico, ma ci siamo resi conto che non potevamo essere noi a indirlo. Ci dovevano essere le sigle sindacali. Alcune di queste hanno ritenuto opportuno dire ‘sì, se i lavoratori chiedono lo sciopero è nostro dovere tutelarli’. Altri hanno ritenuto opportuno dire ‘ni’, cioè non uno sciopero a livello nazionale, ma la possibilità che nelle realtà territoriali si possa fare. Altri ancora hanno detto ‘no’ e ci hanno anche un po’ screditato continuando ad insistere sullo sciopero etnico. Ma in nessuna occasione da parte nostra si è parlato di sciopero etnico”. (ga)

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